La chiesa di Santo Stefano

Lo spazio appenninico tra le valli del Trebbia, Borbera, Staffora e Tidone conformante l’acrocoro dei Monti Carmo, Lesima, Penice e del Monte Alfeo conserva ed in parte restituisce all’interesse degli studiosi dei reperti utili sia alla conoscenza storica territoriale ma anche alia conoscenza degli insediamenti umani che nel tempo vennero a collocarvisi.
Attraverso il “leggendario ” tramandato, purtroppo stratificato nel tempo, o la più certa analisi di documenti antichi se ne deduce che questo lembo di terreno è stato spazio di mutevoli fasi politiche e di umane sopravvivenze.
In questa breve disamina non si intende porre dei dati relativi a locali riferimenti celtici, romani, islamici, longobardi, ma focalizzare quanto si è a conoscenza relativamente al manufatto monumentale della chiesa di Santo Stefano e porre delle ipotesi riferibili al tempo della sua erezione, e qualche motivazione relativa alla sua decadenza.
L’evangelizzazione del territorio ad opera dei monaci colombaniani vide nella zona tra la pianura ed il mare il sorgere di numerose celle, poi divenute pievi monastiche, e di chiese campestri che per secoli furono essenziali centri di riferimento per il culto e per l’aggregazione delle popolazioni di queste montagne. Non si può escludere che anche in Fontanarossa venisse a sorgere una primitiva cappella per la diffusione della fede posta nei beni della abbazia di Patrania.

Tra le abbazie che vennero a sorgere e
consolidarsi nel territorio è utile ricordare l’abbazia di Patrania che dopo la sua distruzione o decadimento vide trasferiti i suoi grandissimi beni terrieri per essere inseriti in quelli della abbazia
di San Marziano di Tortona. (Vedi Nota A)
Nel 1164 l’imperatore Federico I Barbarossa infeudava ad Opizzo Malaspina gran parte del territorio appenninico che da Tortona si estendeva sino alla Lunigiana, confermando il possesso di quanto già
deteneva in precedenza.
Riferendoci a quanto riportato da Mons. Clelio Goggi : ” La parrocchia di Fontana Rossa è antica: Il Legè la diceva nel secolo XII” si può presumere la sua costituzione nel periodo di tempo, cioè nel 1197, anni nei quali Fontana Rossa soggetta ai Malaspina era affidata a Muso, Ferrano, e Giovanni di Fontana Rossa che erano loro vassalli.
La parrocchia di Fontana Rossa pare collegarsi alla ben più antica Pieve di Rovegno, per la quale le documentazioni disponibili ne indicano l’esistenza già nel 863. ” Si può quindi conchiudersi che, anche considerata come Parrocchia semplicemente, Rovegno dovette avere ampia giurisdizione, ma non è dato, ormai precisarne i limiti: si estese di preferenza a monte, che dalla parte opposta le si trovò Ottone, Pieve anch’essa di antica data, sebbene non tanto quanto la Rovegnese “.
Il “Registro” datato 1523 della Curia Arcivescovile di Tortona riporta l’elenco delle chiese della giurisdizione ecclesistica di Rovegno: “Plebs S. Ioannis de Ravegno” nella quale viene citata la: Eccl. S.
Stephani de Fontana Rubea cum Eccl. S. Siri de Alpe (Condotte da Stephanum Campis).
Nell’anno 1595 la chiesa di Santo Stephano di Fontanarossa risulta sempre alle dipendenze della chiesa di San Giovanni Evangelista di Rovegno.
In appendice al Sinodo di Aresio del 1623 viene evidenziato : “In loco Roventi et eius Plebe” la Parocch. S. Stephani Prot. Loci Fontane Rubae.
Viene anche ricordato che oltre a Rovegno, figurano Parrocchie “ab immemorabili” Casanova. Fontanarossa, Propata, Rondanina, Torriglia.
Con riferimento a quanto segnalato da Mons. Goggi viene messo in luce che nella seconda metà del 1600 in Fontana Rossa esistono due luoghi di culto: ” Fontana Rossa ha due chiese, la nuova nel paese, e la vecchia fuori di esso. Dì questa si legge nella visita del 1668 – essendo in questo luogo di Fontana Rossa una fabbrica nuova di chiesa con architettura e disegno molto nobile e moderno della buona memoria del Marchese Luigi Centurione non ancora finita per vedere la quale apposta ci siamo recati in questo luogo, esortiamo la pietà del Marchese della Gabella a perfezionare
detta opera- La nuova chiesa parrocchiale fu eretta sull’area dell’oratorio dei Santi Rocco e Maurizio. Il visitatore ordinava di edificare una nuova canonica presso la chiesa nuova e non nel bosco
presso la vecchia perché luogo ove si commettevano delitti e stupri “.
La chiesa “vecchia” veniva usata quale cimitero ed il parroco vi andava a celebrate due volte al mese.
La nuova chiesa andrà ad essere costruita dove vi è maggiore concentrazione abitativa e forse una maggiore protezione nelle vicinanze immediate della storica grande casa fortezza presidio dei feudatari. Quindi l’esistenza di due chiese per una popolazione di dimensioni contenute era un fatto inusuale per i paesi della Alta Val Trebbia.
Si può ipotizzare che con i nuovi feudatari Centurione Scotto l’antica chiesa iniziò la sua decadenza.
Le vicende feudali legate ai frazionamenti tra i vari rami Obertenghi dei Malaspina, le intromissioni delle potenti genovesi e piacentine e dello stato milanese, il potere ecclesiastico delle grandi diocesi di
Tortona e Bobbio hanno interessato notevolmente il territorio.
Due grandi potenze comunali, Genova e Piacenza, e particolarmente la forza economica rappresentata da nuclei di famiglie mercantili di queste comunità, concorsero nel determinare una iniziale alienazione del potere malaspiniano attraverso una serie di accordi stipulati tra il XII e XIII secolo miranti all’ottenimento di un tranquillo transito delle merci attraverso le strade di collegamento tra questi due centri in grande sviluppo.
L’alienazione di potere, dovuto alla cessione delle riscossioni dei pedaggi e le vendite di territorio e dei diritti ad esso collegabili, ebbe inìzio assai precocemente. La valle Trebbia ed i territori di oltregiogo vennero interessati dalle suddivisioni malaspiniane agevolando le operazioni di espansione della potenza dei Conti di Lavagna. A questo contribuirono una serie di favorevoli legami matrimoniali ma anche una debolezza economica e di disunione tra i numerosi rami malaspìniani oltre che la limitata redditività del territorio montano che non riusciva a garantire sufficientemente ai feudatari delle rendite adeguate al loro rango.
I Fieschi ebbero un particolare interesse per l’importante rete di vie di comunicazione ed in particolare la via di comunicazione tra il porto fluviale di Piacenza e quello dì Genova, via meglio conosciuta con il
titolo di “Caminus Janue “.
Il collegamento tra le antiche abbazie di origine colombaniana, i borghi fortificati, i presidi di vetta, e gli “hospitali” sorti a più riprese nella valle avevano assicurato al viandante ed al mercante medioevale dei siti di sosta e di rifugio ben definiti.
Fontanarossa si distingue per la sua posizione geografica in quanto posta su una via di valico tra la Trebbia e le valli di discesa verso le città ed i mercati della pianura padana.
Tra il 1262 ed il 1266 molti possedimenti, privilegi e castelli passarono dai Malaspina ai Conti di Lavagna. Acquisizioni intraprese con maggiore energia nella seconda metà del 1400 da parte di Gian Luigi Fieschi per una capillare espansione sul territorio.
Non si è a conoscenza dì documentazioni notarili che possano indicare Fontana Rossa nelle acquisizioni fliscane, nel mentre ne esistono riguardanti i siti limitrofi.
La data del 2-3 dicembre 1547 viene a ricordare la fine del potere della famiglia Fieschi ed il passaggio di potere alla famiglia Doria particolarmente per i beni posti nei feudi imperiali appenninici. Con Barnaba Centurione Scotto, che godeva di una preminente posizione politica nell’ambito dei governo della serenissima repubblica, ha inizio la dinastia interessata ai beni dell’Alta val Trebbia.
Barnaba nel 1599 era divenuto marchese di Morzasco dopo l’acquisto di questo feudo ed il relativo titolo da Vincenzo I° Duca di Mantova e del Monferrato, abitava in Genova nel palazzo antistante la chiesa di San Siro.
Tra la fine dei 1500 ed i primi anni del 1600 seppe circondarsi di quegli elementi di prestigio indispensabili per la sua posizione economica ed il suo rango. Nel 1580 venne decisa la ricostruzione della chiesa di San Siro nella quale ottenne il giuspatronato della cappella di Santa Caterina da Siena antica protettrice della sua casata.
Nel 1587 acquistò il dismesso monastero femminile del Santo Sepolcro in Sanpierdarena sui quale edificò una delle più belle e sontuose ville genovesi denominata ‘Palazzo Centurione del Monastero. Tra il 1600 ed il 1614 acquistò il palazzo in “Via Aurea” fatto costruire da Nicolò Lomellino nel 1563. Sua moglie, Battina Giustiniani acquistò tra il 1622 e il 1629 il feudo di Montaldo. Barnaba ebbe due figli, Paola Maria e Luigi. quest’ultimo ereditò la smisurata fortuna paterna ottenendo anche i titoli e beni di Morsasco e poi quelli di Montaldo.
Già nel 1589 Barnaba Centurione Scotto aveva acquistato alcune porzioni del feudo di Fontanarossa e di Bertassi che erano pervenuti a Benedetto Aliano, Giacomo e Gian Agostino Marrana in virtù di una vendita effettuata dai componenti del ramo dei Malaspina di Artana.
Nel 1592 Rodolfo 11° Imperatore confermò rinvestitura del feudo acquistato.
Dopo qualche tempo , Claudio Malaspina vendette a Luigi Centurione Scotto quanto possedeva in Bertassi, Bertone, Roccavanna, Bettolarìa, Barchi.
Nel 1619 Luigi acquistò Alpe, e tra il 1633 e 1638 verme in possesso di altri beni malaspiniani compresi Campi e Gorreto.
Viene fatto riferimento a Luigi per il progetto e l’inizio della costruzione della nuova chiesa di Fontanarossa non ancora terminata nel 1668 e per la quale l’incaricato della visita esprime il voto che la costruzione venisse portata a termine dal Marchese di Gabella. (Vedi Nota B)
Alla morte di Luigi nel 1653 i beni pervennero ai figli Barnaba e Carlo, ed in base ad una particolare disposizione che prevedeva la suddivisione ereditaria venisse operata dal primogenito Barnaba con la
compilazione di due distinte liste di beni, lasciando però al secondogenito Carlo l’opzione della scelta della lista a lui confacente. La documentazione notarile permette di osservare che il torrente “Terenzone” servirà di divisione tra i feudi appartenenti ai fratelli Centurione Scotto posti nella Alta Val Trebbia riservando ai discendenti di questi feudatari e quindi al territorio stesso dei destini diversificati.

Note:

Nota A
La chiesa di Santo Stefano viene localmente conosciuta come “chiesa saracena”. Questa denominazione prende spunto da un probabile insediamento di gruppi etnici islamici che nel decimo secolo si insediarono nel territorio, avvenimenti che sarebbero la causa della decadenza della abbazia di Patrania. Il pericolo di invasione venne percepito all’epoca della traslazione delle reliquie di San Colombano da Bobbio a Pavia (929). I saraceni non arrivarono mai a Bobbio ma il pericolo doveva incombere se venne presa la decisione di proteggere le reliquie presso la più ben guarnita e difesa capitale Pavia.

Nota B
La discendenza di Barnaba Centurione Scotto- Barnaba Centurione, figlio di Luigi, destinò i feudi di Val Trebbia alla figlia Giovanna che si sposò con il cugino Gerolamo Spinola Pallavicini portandoli in dote, i beni passarono al loro figlio Felice Spinola Pallavicini feudatario di Cabella e Fontanarossa.

Giovanni Ferrero

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