Il vento che fogliarizza

Scheletri di castagni mi scrutano muti,

sentinelle d’un tempo che fu,

mentre Duchessa fiuta le storie del bosco

tra foglie che sussurrano addii.

— Li senti, Duchessa? —

mormoro piano.

Lei alza il muso, come per rispondere

che i castagni parlano soltanto

a chi sa restare in silenzio.

Il vento soffia — ah, come soffia! —

porta via la malinconia

e la sparge come polline di ricordi

sulle pietre, sui tetti, sui miei pensieri.

Dal campanile scende il suono del tempo,

una carezza d’ottone sul cuore.

Ogni rintocco è una domanda

che non so più a chi rivolgere.

— Andiamo, Duchessa — dico piano —

laggiù il paese è di vetro e di luce.

Le persone corrono, parlano da sole…

un telefono che paga

è stupore e sgomento.

Lei mi guarda, poi scodinzola lenta,

come a dire che il mondo, dopotutto,

non ha mai smesso d’essere strano.

E allora lascio che il vento mi fogliarizzi,

che mi spogli d’ogni artificio,

fino a diventare anch’io ramo nudo,

in attesa della prossima primavera.

Bruno Di Gioia

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