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Giacomo Biggi “U Paulin” PDF Print E-mail
Written by B.G.   
Monday, 21 September 2009 21:14
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Il 4 febbraio 1924 moriva a Genova, as­sistito dalla moglie, dalle figlie e dai nipoti, Giacomo Biggi, detto «u Paulin». Aveva 81 anno. Sono pochi oggi, in paese, coloro che lo ricordano per averlo conosciuto di persona: cinquant'anni sono tanti, sono una vita, e i ricordi si appiattiscono, i contorni delle cose e delle persone sfumano, costretti dalla legge ferrigna del tempo. Ma molti lo ricordano per averne sentito parlare da i non più giovani e il loro giudizio è costan­temente intonato a sottolinearne la fede in­concussa, la capacità di affrontare dolori e povertà, l'affetto profondo che lo legò alla famiglia e al paese, la bonaria arguzia con cui sapeva condire di sale, di sentenze, di proverbi, i casi della vita, le contingenze del quotidiano per renderli più comprensibili o accettabili smussandone le asperità. Se ne tento un profilo, per forza di cose incom­pleto e un po' mitizzato come tutto ciò che ubbidisce alla suggestione del ricordo, non è solo per legittimo affetto, per tramandare il ricordo e il rimpianto della sua bontà, ma anche per la fiducia che l'esempio di tante civili e umane virtù susciti rispetto ed emu­lazione nelle nuove generazioni, in un im­pegno di vita serio e tenace.

Era nato nel 1843, da famiglia poveris­sima, da lungo tempo trapiantata a Fontanarossa e proveniente (come tutto il gruppo di famiglie dette dei «Ferra») da Cana­le; i suoi antenati vivevano qui già alla fine del '600, quando il cognome era ancora, alla latina, «De Biggis», come ricordo di aver trovato scritto nel registro parrocchiale dei battesimi - matrimoni - morti, tanti anni fa, dopo lunghe e attente ricerche condotte col defunto parroco Don G. Sacchero. Donde provenissero i Biggi di Canale-Fontanarossa, non mi è stato possibile appurare: forse era­no di origine spagnola, forse fiorentini (i «Bigi» erano i seguaci del Savonarola esiliati dopo il 1498) forse ferraresi e forse più antichi ancora, se è vero che, come è documentato nella «Origine storica, etc.» di F. Grillo, i Biggi avevano «Facoltà di traffico» in Genova già tra il 1250 e il 1500. Ciò che è certo e sicuro è che «U Paulin» era di solida stirpe contadina, forte e tenace, sana e sobria come lo sono ancora i nostri montanari. Fin da giovane speri­mentò la dura legge della necessità: una po­verissima casupola (più tardi ingrandita e abbellita) all'estrema periferia del paese, pochi appezzamenti di terreno, qualche ma­gra e rossa vaccherella, poco pane e scarso, patate e castagne per dodici mesi all'anno, l'estenuante quotidiana fatica della zappa, della falce, della roncola; ma anche tanta serenità in cuore, data dalla fede in Dio e dalla fiducia degli anni giovani. Ventenne sorteggiò un numero «alto» e dovette par­tire soldato undici anni come usava allora. Congedato nel 1872 col grado di caporale e un accredito di lire 56 e soldi 13, la lunga permanenza sotto le armi fu fondamentale per la sua formazione. Fu a Palermo, nella rivolta del 1863, quando la carne dei «pie­montesi» massacrati si vendeva a tanti «tarì» il barile; fece la estenuante guerra del bri­gantaggio; nel 1866 fuggì dall'esercito rego­lare con un compagno di Volpedo, di cui mi sfugge il nome ma di cui conservo la foto­grafia: erano amicissimi e volevano andare con Garibaldi: raggiunsero Bezzecca dopo peripezie varie, quando però la battaglia era finita e vinta... ma videro «il generale Ga­ribaldi» proprio a due passi di distanza, mentre avanzava a cavallo, con un gran man­tello rosso, una lunga piuma sul cappello, la spada inguainata poggiata di traverso sulla sella, terribile nel volto come l'angelo vendi­catore (quando il nonno mi raccontava di questi e di tanti altri fatti, la sua commo­zione era ancora vivissima ed io non finivo mai di chiedere «e poi nonno», «ancora nonno» e lui felice e paziente, ripeteva, rac­contava...). Rientrato nei ranghi imparò a leggere e a scrivere e si fece da autodidatta una discreta cultura, successivamente perfe­zionata, fino al punto che leggeva senza dif­ficoltà anche il latino, almeno quello eccle­siale. Congedato, sposò Domenica Zanardi, sana e forte figura di donna proveniente da Alpe, imparentata per parte di madre con i Toscanini di Bogli, quelli del famoso musicista. Dal matrimonio nacquero due maschi e tre femmine: altre, troppe bocche da sfa­mare, ma c'erano la gioia serena nel cuore, tanta fede nella Provvidenza, tanti calli nelle mani, ma infinita dedizione per la famiglia e per tutti.

L'anno stesso in cui morì suo padre (ca­duto da un dirupo mentre raccoglieva erba nella lontana «Burina» proprio là ove esi­ste ancora una croce sul posto della disgra­zia fu mio nonno a scoprirne il cadavere pro­prio sul greto del Terenzone, mentre tutta la gente del paese chiamata dalla campana a martello cercava altrove) aprì a sue spese una scuola serale per adulti, la prima a Fon­tanarossa. Conosceva l'importanza dell'istru­zione e voleva che anche i suoi compaesani l'apprezzassero e la possedessero e si dava da fare, spronando, incoraggiando, bonaria­mente brontolando, sordo alle critiche di chi lo tacciava da «letterato» e tollerante verso chi non gli poteva pagare la lira al mese cor­rispondente alla retta che egli chiedeva per tener accesi ben due lumini ad olio (la scuo­la si faceva di sera nei mesi invernali) for­nire quaderni, penne e inchiostro. C'è an­cora qualcuno in paese tra i più anziani, che ha imparato da lui a leggere e a scrivere e a far di conto.

Poi la sua più grande impresa: amante del sapere come ho detto, fiducioso nella elevazione dello spirito attraverso la cultura, pronto ad ogni sacrificio pur di migliorare anche socialmente la famiglia, nonostante le resistenze dei congiunti e l'aperta derisione o incredulità dei compaesani, decise di af­frontare ogni fatica e rischio perché almeno una delle sue figlie diventasse maestra ele­mentare. La Provvidenza lo aiutò e gli fece trovare chi prestasse il denaro necessario: la sua primogenita Adele, tanto bella quanto intelligente e volenterosa entrò nella scuola normale di Bobbio insieme con la figlia del farmacista di . . ., con la nipote del medico o del parroco di . . ., o la cugina dei ricchi commercianti di. . ., per uscirne anni dopo col diploma d'onore ed un posto di maestra a Carpeneto di Fascia, a lire 430 di stipen­dio annuo e successivamente a Genova, con lire 130 di stipendio mensile. Fu la più grande gioia nella vita del nonno: la prima maestra di Fontanarossa e di tutta l'alta Val Trebbia (seguita dalla Faggioli di Gorreto, dalla Zanardi di Alpe, dalla Biggi di Isola, dalla Pelucchi di Rovegno, dalla Ferretti di Fontanigorda, dalla Fontana di Bertassi e successivamente da tante e tante altre) era sua figlia, che onorava la sua casa e il suo paese. Non gli pesavano i debiti che si estin­guevano con lentezza, non gli dolevano i calli che sempre più si indurivano sulle sue forti mani di lavoratore e gli anni già numerosi non incurvavano la sua figura snella e asciut­ta ma aggraziata e forte, né alteravano il suo spirito perennemente teso all'amore ver­so il prossimo, alla fiduciosa confidenza con gli altri, alla carità fraterna verso gli umili e i derelitti. Furono gli anni più felici e sereni e furono gli ultimi, altri ne vennero, troppi, tutti tristissimi: una figlia morta nel­la lontana America dove si era recata per diminuire di una le bocche da sfamare, un'altra figlia legata ad un matrimonio disgra­ziato, ed infine la guerra, la tragedia della Prima Guerra Mondiale dove tutti e due i suoi figli, Bartolomeo e Luigi persero la vita. Non ho mai visto piangere il nonno, né l'ho mai sentito recriminare; sospirava a vol­te quando mi parlava di mio padre e mi guardava a fondo negli occhi, con i suoi oc­chi buoni e dolci e mi diceva di studiare e di farmi un uomo, perché lui era vecchio ormai e c'era bisogno di un uomo in casa e mi diceva tante altre cose che non capivo ma che ero fiero mi fossero dette. Mi inse­gnava a servire la Santa Messa, ad amare Dio ed il prossimo e mi voleva con se in chiesa, nel coro, quando con la sua bella voce cantava le preghiere e gli inni delle Sacre Funzioni. Fui presente alla sua morte: «la morte del giusto», come disse il frate che lo assistette, recitando con lui le pre­ghiere degli agonizzanti. Le ultime parole che gli intesi pronunciare distintamente fu­rono «u mi' Pascualin» il nome famigliare del suo figlio primogenito, morto in guerra, lasciando orfani tre bambini in tenera età, il nome di mio padre.

B. G.

 

Last Updated on Wednesday, 09 December 2009 18:57