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1843-1973: Viaggi di due preti fontanarossesi PDF Print E-mail
Written by Don Silvio Moscone   
Monday, 21 September 2009 21:16
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Ecco la storia, se vi piace leggerla.

Don Francesco Guaraglia, zio di Carlè, della famiglia che vanta oggi numerosa di­scendenza, nacque a Fontanarossa nel 1823; egli fu, per molti anni, parroco di Spineto nel tortonese, dove morì nel 1910, alla ve­nerabile età di 87 anni.

Il sacerdote così descrive un suo dram­matico viaggio da Tortona a Fontanarossa.

«Avevo vent'anni e dovevo recarmi a Tortona per parlare col Vescovo, allo sco­po di ottenere l'esenzione del servizio militare (allora i seminaristi erano esenti da­gli obblighi di leva); dopo aver conferito con Sua Eccellenza, acquistato il nuovo trat­tato di teologia morale del Gury, presi la via del ritorno. Partito da Tortona a piedi, mi fermai a Garbagna, certo che, riparten­do il mattino successivo, sarei potuto arriva­re a casa in giornata» — Qui calza una pa­rentesi: considerando che tra Garbagna e Fontanarossa, anche sfruttando le scorcia­toie, corrono una settantina di chilometri, viene spontaneo esclamare "Che gambe!" — «A Garbagna trovai un compaesano, cara­biniere, che si recava a casa in licenza; sta­bilimmo di pernottare per proseguire assie­me il viaggio l'indomani. Si era al principio dell'autunno. Al mat­tino, svegliandomi, ebbi la spiacevole sor­presa di scoprire che, durante la notte, ave­va nevicato; tuttavia, temendo di rimanere bloccati da ulteriori precipitazioni, decidem­mo di riprendere il cammino senza indugio: e così, io con la mia teologia, il carabiniere col suo zaino, ci incamminammo.

Cammina cammina, quando arrivammo a Marlassino, la neve era già alta un palmo e continuava a scendere con violenza, ac­compagnata da raffiche di vento. Dell'am­pia conca tra Pertuso e Gabella non si ve­deva nulla: tutto era sparito in un turbinio di nevischio che ci sferzava incessantemente il volto.

Tenere l'alta quota, i crinali dei monti, sarebbe stata una pazzia: avremmo trovato neve più alta, oltre il rischio di smarrirci e di esaurire le nostre già provate energie. Discendemmo quindi a rotta di collo a Cantalupo e poi, lungo la strada, giungemmo a Cabella Ligure. Dopo una breve tappa, ri­prendemmo la salita, arrancando, con l'ener­gia dei nostri vent'anni, nella neve che si faceva sempre più alta, fino a giungere al valico delle Tre Croci, a quota 1350 metri. Il passo deve il nome alle croci che ricor­dano tre mulattieri che ivi trovarono la morte, sorpresi dalla tormenta. Schiaffeggiati dalla neve, sfiniti, col fiato mozzo per la dura salita, tormentati dai lugubri pensieri che quelle croci ci destavano, ci sentimmo smarriti. Mi ricordai, però, quasi subito di una cappelletta, poco più in basso verso Fa­scia, dedicata a San Rocco, alla quale salivano processionalmente i Fasciotti, il 16 agosto. Quella cappella fu la nostra salvezza: la raggiungemmo e trovammo un primo ri­paro sotto il portichetto antistante. L'imper­versare della tormenta ci raggiungeva però anche in quel rifugio semiaperto. Che fare? Sotto il portichetto vi era un pulpito in legno, una rozza pedana poggiata su quattro gambe, che veniva trascinata all'aperto quan­do il parroco concionava ai fedeli, il giorno del Santo. Divelta una gamba del pulpito, la usammo per scardinare la malconcia in­ferriata della cappella e guadagnammo il faticato riparo.

Inzuppati da nevischio e fradici di su­dore, fummo tosto assaliti dai brividi e ci pareva di gelare. Uscimmo nuovamente, mandammo a pezzi il pulpito, portammo al­l'interno il legname e, sacrificata per esca qualche pagina dell'intonso manuale di teo­logia, in breve tempo potemmo scaldarci al­le fiamme di un fuocherello. La scarsezza del combustibile minacciava però di lasciarci, in breve tempo, in situazione critica; nella cappelletta vi era una vecchia e tarlata sta­tua di San Rocco: il Santo pellegrino, che tanto aveva subito in vita, dovette subire anche in immagine, divenendo ben presto legna da ardere. Tra le tante benemerenze di San Rocco va dunque annoverata anche questa.

Quando a Dio piacque, la bufera dimi­nuì di violenza e riprendemmo il cammino, ora in discesa; Scernavento, la selva e poi il paese. Giunto a casa, dovettero pormi a letto ed applicarmi pezzuole bagnate sugli occhi, abbacinati dalla neve ».

Così si viaggiava nell'autunno del 1843.

Alla distanza di 130 anni, un altro prete di Fontanarossa, il sottoscritto, parroco di Mairano di Casteggio, in condizioni ben di­verse di tempo, di mezzi e di clima, compie un viaggio in senso inverso a quello sopra­descritto, percorrendo in cinque ore ben 300 chilometri.

Il 1° luglio alle ore 11,30, si parte da Mairano, in compagnia di un giovane ami­co, abile autista. Attraverso la vallata della Staffora, il Passo del Brallo e dopo una breve sosta a Ponzano Semola, si punta su Fontanarossa: 100 chilometri in meno di due ore. Quattro ore e mezzo di sosta per la refezione e per salutare parenti, amici e vecchie conoscenze e quindi, alle 17,30, si riparte.

Si discende adagio per meglio contem­plare il panorama, si varca il ponte e, per la statale 45, si piega a destra verso Genova.

Il nastro d'asfalto che costeggia la Treb­bia è liscio, si viaggia ad andatura elevata senza scosse, e, nonostante la calura della giornata, una fresca brezza della vallata ren­de il viaggio piacevole. Dopo una breve so­sta a Isola di Rovegno, per salutare i cugini Molinelli, via per Loco, Montebruno, Torriglia, attraversata forzatamente a passo d'uo­mo per l'intasamento di macchine e villeg­gianti dato il giorno festivo. Ecco Laccio, si prosegue a destra per Busalla, attraversan­do Fascia di Carlo, in tristissima valle, Montoggio, sorridente nel piano alberato lungo lo Scrivia, Casella e, poco dopo, il bivio di Savignone, a tre chilometri da Bu­salla. Dopo una breve consultazione sull'op­portunità di imboccare l'autostrada, rischian­do di procedere a passo d'uomo sotto il sole sferzante, la decisione viene lasciata al sot­toscritto. L'amico tace e, mentre accende una sigaretta, intervengo: «Avvia il moto­re». «Dove andiamo?» mi chiede. «Saliamo e poi vedrai». Savignone, bellissima borgata, elegante residenza dei Genovesi, poi su, lungo una stradetta ripida, tutte cur­ve: Montemaggio, quindi Croce Fieschi, che attraversiamo lentamente per godere l'ame­no paesaggio. Appena fuori dell'abitato, ci fermiamo pochi minuti: con il binocolo in­quadro, puntando a nord-est, il Cavalmorone, il Chiappo, il nostro Carmo, l'Antola e un'infinità di paesetti abbarbicati alle val­late occidentali di quelle vette; potrei indivi­duarne la maggior parte, ma il tempo strin­ge e abbiamo ancora davanti a noi molto cammino. Il mio amico è entusiasta, ma non sa orientarsi: abituato alla pianura, tutte quelle vette, quelle vallate, quei torrenti, costituiscono un quadro mai visto, nuovo, da studiare per meglio apprezzarlo. Discen­diamo a fondo valle per una strada tutta a serpentina, con curve a gomito: soventi e brusche frenate ed eccoci a Vobbia che at­traversiamo velocemente per iniziare la salita verso la costa della Val Borbera. Attraver­siamo Mongiardino, con le frazioni a valle di Roccaforte e Rocchetta Ligure, già im­portante capoluogo di mandamento; giran­do a sinistra, raggiungiamo Cantalupo e l'orrida strettoia per Pertuso, intagliata tra le rocce a strapiombo sui precipizi, in fondo ai quali scorre, stretto in pochi metri di alveo, il torrente. Ci sembra di osservare un canyon nord-americano.

Sbuchiamo a Persi, quindi a Borghetto Borbera e, piegando a destra, a Garbagna, in Val Curone. La strada è ombreggiata, fiancheggiata da molti alberi: acacie, robi­nie, pioppi, querce e platani.

Volpedo e Viguzzolo sono vicini: devia­mo ancora a destra per chiudere il grande cerchio che abbiamo descritto col nostro viaggio.

Rivanazzano, Salice Terme, Godiasco, per prelevare la famiglia dell'amico, e infine Ca­steggio - Mairano.

Sono le 21,30 di domenica 1° luglio 1973.

I lati amari del viaggio, le constatazioni fatte, le sorprese per ciò che ho visto, non da osservatore distratto e superficiale, ma da attento indagatore di certi grossi proble­mi del nostro entroterra, cercherò di descri­verli la prossima volta.

Don Silvio Moscone

(Brano tratto dal N° 10 del Bollettino di Fontanarossa, 1973)