Sono l’ultima arrivata a Fontanarossa e mi sono detta “Non
puoi tirarti indietro, tanto più che non sei una turista,
ma di Fontanarossa per libera elezione, e ivi residente in pianta
stabile. E dinne bene del tuo nuovo paese: lodane il suo ridente
mattino, al primo sole che lo imbianca in tutta la sua distesa di
belle case, nel pianeggiante e fertile territorio, fra il monte
ed il grande castagneto. Non parlare del lungo inverno con neve
“stagionata”, né delle ombre vespertine che,
umidicce, calan giù troppo presto, mentre là, in faccia,
il pietroso Bertassi si scalda al sole per molto tempo ancora.
Fontanarossa e Bertassi, uno in faccia all’altro a mezza costa
della valle Terrenzone, sono uniti da un bell’arco di cielo
che ne raccoglie le voci e le tramuta in nostalgici ricordi da rievocare,
d’inverno, nelle calde cucine, dai fedeli della montagna:
care memorie di fatti indimenticabili, vissuti in comune dai due
paesi. I miei bisnonni parteciparono al trasferimento di tutta la
popolazione di Bertassi dal paese allo Zucchello durante l’epidemia
del colera che infestava la Val Trebbia. Raccontavano che il 16
Agosto di quell’anno, da lassù dove si erano attendati,
vedendo gli abitanti di Fontanarossa sfilare in processione in onore
del loro santo patrono, fecero la processione anch’essi, ed
emisero il voto di erigere una cappella in onore di San Rocco, qualora
il Santo avesse ottenuto da Dio la grazia di preservarli dal morbo.
E la cappella esiste tuttora, all’inizio di Bertassi, arrivando
da Fontanarossa per la vecchia mulattiera. Pur essendo divisi dal
Terrenzone i due paesi hanno in comune il castagneto, nel quale
ogni famiglia possiede una ben definita proprietà. Non è
molto lontano il tempo in cui gli abitanti dell’uno e quelli
dell’altro si ritrovavano a lavorare insieme a primavera durante
la ripulitura del bosco che diveniva un morbido e nitido tappeto
di muschio abbellito da fastose felci e qua e là rosseggiante
di erica e durante la raccolta delle castagne. Indimenticabile raccolta
vissuta insieme nel bosco tutto risuonante di canti, di richiami,
di motteggi, di risate, di burle, di reciproci dispetti e di animate
dispute per difendere l’onore del proprio campanile. Talvolta
i più arguti dell’una e dell’altra parte ingaggiavano
dialettiche battaglie, sostenute e rinforzate dai tifosi che si
raccoglievano divertiti attorno a loro. Quando poi “andavano
alle grosse” i Bertassini, temendosi sopraffatti dall’eloquenza
degli avversari urlavano: “Striun de Funtanarussa!”
e gli altri di rimando: “Mangia bisce de Bertasci!”.
Perché stregoni di Fontanarossa?
Gli “stregoni”, gente normale, zingaresca, di giorno
stavano nascosti e la notte cuocevano i frutti rubacchiati nei campi
e nei boschi, su fuochi di origine misteriosa per gli abitanti del
paese. Mio nonno raccontava d’aver incontrato in Sardegna
una donna che conosceva bene i nostri paesi dei quali ricordava
con precisione i nomi dei luoghi dove aveva ballato e cantato di
notte con altri suoi conterranei. I nostri contadini li credevano
esseri dotati di diabolici poteri e ne avevano paura. Nel grande
bosco di Fontanarossa se ne potevano nascondere certamente molti,
protetti dagli alberi ed alimentati dalle buone castagne.
E perché “mangia-bisce” ai Bertassini? E’
noto che nel passato gli uomini dele nostre montagne andavano, d’inverno,
a lavorare in Piemonte, in Lombardia e persino nelle Maremme dove
dissodavano terreni. Fu laggiù che un giorno, bruciando sterpaglie
tra le rovine di un castello, raggiunsero col fuoco un groviglio
di serpi in letargo, dal quale esalava buon odore di carne arrostita.
Alcuni di Bertassi esclamarono: "Son bisce cotte , le mangiamo?”.
Le mangiarono? Non le mangiarono? Il fatto è che da allora
i bertassini “mangiano bisce”. La vita che si conduce
quassù ha ancora le sue attrattive: suscita in ognuno di
noi un senso di pace, un appagamento forse inconsapevole ma vero,
una semplicità di desideri, un’intima religiosità
che ci rendono più disponibili all’accettazione dei
disegni della Provvidenza Divina.
Marina Chiosso Salvi
|